Ferodi usati e argilla su tavola di legno multistrato 72×83 cm
Alfabeto degli occhi è un’opera che nasce a Roma nel 2020 in pieno confinamento, nel balcone di un corpo delle dieci scale di un palazzo popolare che compongono il grande cortile nel mezzo. L’opera è dedicata a chi ha cercato di rispondere ai problemi del suo tempo con l’arte contemporanea sopratutto pubblica e accessibile. Quella che modifica la percezione di sé e del luogo in cui si vive insieme. Il movimento delle piccole figure di ferodi usati che compongono l’opera ricorda quello dei bambini che suonano i coperchi e le ragazze che, dai balconi si affacciavano sul cortile tutte le sere alle sei, e ballavano. Ma c’è una memoria più antica di piccole figure apposte sulle pareti del tempio di Tell Brak, in Siria, nel IV millennio a.C. Tempio della dea dagli occhi grigi, una divinità femminile omnivedente. Trascorsi tre anni nel parco di Casetta Rossa a Garbatella, arricchita dalla permanenza nello spazio pubblico, dove i ragazzi giocano a pallone e i più piccoli hanno gli scivoli e dove è stato girato il video omonimo che venne trasmesso a Gibellina per l’inaugurazione della mostra “A cielo aperto” nel giugno 2020 – l’opera arriva al Museo delle Trame di Gibellina. Sia nelle figure di ferodi che in quelle antiche non vi era distinzione di età o di sesso ma erano solo gli occhi a fare corporeità. Ciò che le accomuna è il senso del guardare oltre, riconoscere nella presenza e nell’assenza due momenti che si alternano nel moto della metamorfosi a cui andiamo soggetti noi e la terra: paiono ciechi, ma gli occhi senza luce possono guardare senza dover vedere.