Bio
ph. Miriam Ferrini
Sono nata nel 1964 in una città in cui non ho lasciato tracce e di cui non ho nostalgia. Da allora, la famiglia aumentava regolare quasi come i primi traslochi che si sono succeduti biennali. In alcuni di questi luoghi si annida parte di una nostalgia composita che ha continuato ad allargarsi. Una delle radici più profonde è quella umbra, perugina, non l’ho accolta soltanto, ma scelta ben due volte.
Ho conosciuto prima l’Adriatico del Tirreno.
Il mio primo ricordo a quattro anni: il finestrino di un treno in corsa dove un cielo cupo di settembre rifletteva il volto di mia madre nel mare. La domanda “di dove sei?” mi è sempre pesata così tanto che ho sviluppato una camaleontitudine linguistica, con effetto quasi immediato, poi il ritmo della camminata e le pause facevano il resto: mi confondo quasi ovunque.
Ho dipinto da subito, ma a vent’anni ho seppellito pennelli e matite per quasi trenta. Poi è tutto riesploso con l’argilla. Non è stato facile poi tornare alla carta. Quando posso fuggo in argilla. La materia sacra, la terra che avevo lavorato per dieci anni con zappa, mani e trattore in un’azienda olivicola biologica, terra di mia nonna, di mio padre, dal trattore alla bottiglia da sola. Ho condiviso l’oliveto con artisti, antropologi, geografi, storici, fotografi e poeti, insieme ad agronomi di diverse rive per comparare tecniche colturali, sperimentazioni agronomiche di agricoltura biologica, olivicoltura sociale l’oliveto come quinta, come luogo espositivo. Dalla sepoltura dei pennelli all’argilla c’è di mezzo la letteratura del Mediterraneo, ricerca, editor, traduzioni, conferenze, lezioni, libri, in giro per il Mediterraneo e l’Europa del Nord. Un’avventura con la gente dei libri che talvolta si è incontrata in oliveto con la gente degli ulivi. Le identità multiple in questo mare possono anche comprendere l’appartenenza alla gente degli ulivi e dei libri nella
stessa persona, ne ho riconosciute molte.
La creazione per me comincia con una domanda, spesso dolorosa, un incubo, talvolta un sogno che vive nel mio corpo per mesi, anni e poi improvvisamente lo attraversa per approdare alle mani che sanno cosa fare, una volta trovata la tecnica e la forma adatte. L’opera non appartiene più a me, ma a tutti coloro che la sentiranno propria. Non ho bisogno di un posto fisso per lavorare, mi sposto. Il solo luogo di cui ho bisogno è il mio corpo.

